Lo scorso 27 giugno abbiamo dato notizia del Premio Asclepio conferito al Prof. Gabriele Sani alla XXIX edizione dei Magna Grecia Awards. Oggi torniamo su quel riconoscimento attraverso le sue parole: in un’intervista a Vanity Fair, il Prof. Sani lo ha accolto non come un traguardo personale, ma come l’occasione per parlare apertamente di salute mentale.
Prima la persona, poi la diagnosi
Quando un paziente entra nel suo studio, la prima cosa che il Prof. Sani cerca di comprendere non è la diagnosi, ma la storia che la precede: le relazioni, le paure, le delusioni, i passaggi che hanno segnato una vita. Solo dopo aver riconosciuto il valore della persona, la malattia trova il suo posto.
È lo stesso sguardo con cui guarda alla sofferenza psichica. Il problema, osserva, non è soltanto che sia difficile da vedere: spesso manca la disponibilità a guardarla. Il disagio mentale fa paura perché sfugge alle definizioni e perché sentiamo che potrebbe toccare anche noi. Eppure chi soffre, quando incontra qualcuno pronto ad ascoltare, desidera raccontarsi.
Connessi, eppure soli
Sul nostro tempo pesa una contraddizione: siamo sempre connessi, e sempre più soli. Le dipendenze dalla rete e dalle sostanze offrono un’apparenza di relazione e lasciano solitudini profonde, che colpiscono soprattutto i giovani, gli anziani e le persone più fragili.
Dalla depressione si guarisce
Di salute mentale oggi si parla di più, ma non sempre bene, e molte famiglie non si sentono ancora libere di nominare ciò che vivono. Chi guarisce da un tumore condivide la notizia con gioia; chi guarisce dalla depressione, spesso, la custodisce come un segreto. È questo il pregiudizio che il Prof. Sani vorrebbe veder scomparire: l’idea che i disturbi psichiatrici non si possano curare. Affrontati nel modo adeguato, si possono risolvere.
Guarire, nella sua visione, significa ritrovare un equilibrio tra ciò che si desidera, ciò che si può e ciò che si realizza: una serenità che restituisca senso alla propria vita. E chi attraversa la sofferenza ne esce spesso con una forza nuova.
Chiedere aiuto è un atto di forza
A chi esita a chiedere aiuto, il Prof. Sani rivolge un messaggio semplice: riconoscere di soffrire non è un segno di debolezza, ma di una forza non comune.
È uno sguardo che il Centro Bini sente profondamente suo, e che richiama il principio lasciatoci dal suo fondatore, il Prof. Athanasios Koukopoulos: ascoltare è il primo atto di cura.
Al Prof. Sani rinnoviamo le più sentite congratulazioni di tutto il Centro Bini.
L’intervista completa, a cura di Francesca Favotto, è disponibile su Vanity Fair.
